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sabato 16 maggio 2020

L’Ucraina nella visione alternativa di John J. Mearsheimer


L’Ucraina nella visione alternativa di John J. Mearsheimer



In un articolo apparso su Foreign Affairs, John J. Mearsheimer[1], docente di Scienze della politica all’Università di Chicago, aveva messo in guardia gli strateghi di Washington sulle conseguenze di un probabile ingresso nella NATO dell’Ucraina, il cui governo ha già aperto l’iter per l’adesione, programmando l’abrogazione della legge che sancisce la neutralità dai blocchi militari del paese.[2] A detta di Mearsheimer USA e UE dovrebbero rifiutare la richiesta di ingresso nella NATO e nell’UE, due dei passaggi del “triplice pacchetto” di politiche in vista dell’adesione al blocco occidentale, al fine di preservare la neutralità del paese e farne una “nuova Austria”, ispirandosi al ruolo che questa ebbe durante la guerra fredda, in modo da dare vita a una sorta di stato cuscinetto trai due blocchi, da preservarsi sovrano, che non ricada in nessuno dei due campi, né occidentale, né eurasiatico. Da fedele al modello “statalista”, altrimenti detto “realista”, egli è fiducioso nella supremazia degli stati e crede che la sovranità sia la chiave dell’equilibrio nel mondo globalizzato post-guerra fredda.

Secondo la visione di Mearsheimer, USA e UE dovrebbero operare, quindi, una clamorosa marcia indietro e, dopo aver deliberatamente provocato la crisi di governo in Ucraina, come ammette lo stesso analista, volta a installare un esecutivo filo-occidentale a Kiev, dismettere il piano di allargamento dell’Alleanza Atlantica e ridefinire inopinatamente lo status del paese in senso neutralistico. Ciò tuttavia richiederebbe una apertura di dialogo verso la Russia, anche perché non si capisce come azioni unilaterali da parte occidentale possano servire a ridisegnare il ruolo stesso di Kiev nel senso auspicato dall’autore. 

La strategia della Casa Bianca va, purtroppo, nella direzione opposta, come dimostra l’inasprimento delle sanzioni alla Russia, che hanno contribuito ad aggravare la crisi diplomatica tuttora in atto e ben lungi dal risolversi in maniera indolore per tutti gli attori in campo.

La Russia viene definita dall’autore una “grande potenza declinante”, con una demografia stagnante e una economia con poco dinamismo, fattori che rendono il containment ai danni di Mosca irrilevante. Anche a livello militare, le “mediocri forze armate” della Federazione (e che assomiglierebbero molto vagamente ad una “moderna Wehrmacht”, alludendo alle analogie che vi sarebbero tra intervento russo in Ucraina e invasione nazista della Polonia nel 1939) avrebbero certo fallito nell’obiettivo di un’occupazione militare permanente del territorio dell’est ucraino, benché meno dell’intero paese.

Se la Russia è debole, non lo è però il suo leader: Mearsheimer ammette la caratura da “stratega di prima classe” di Putin e ben lungi dal dare credito alle parole presunte di Merkel in una conversazione telefonica con Obama, riportate dal New York Times, nella quale la Cancelliera avrebbe parlato dell’” irragionevolezza” del presidente russo,[3] affermazione smentita però dal Die Welt,[4] sostiene che non vi siano ragioni per ritenere insano di mente Putin. L’autore asserisce che, benché la Russia non sia stata all’altezza di procedere all’annessione dell’est ucraino con altrettanta rapidità con cui ha proceduto ad inglobare la Crimea, il che appare un chiaro fallimento strategico di Mosca, agli occhi di Mearsheimer tuttavia la risposta prudente degli strateghi del Cremlino al piano ostile dell’Occidente ha dimostrato le indubbie capacità politiche e diplomatiche del leader russo.  
Una via d’uscita all’attuale stallo secondo Mearsheimer , dovrebbe contemplare un ritiro delle sanzioni da parte dell’Occidente, che non serviranno a far arretrare la Russia rispetto ai propri interessi strategici e che appaiono utili unicamente a indispettire gli alleati europei, una dismissione del piano di occidentalizzazione dell’Ucraina, con buona pace dei 5 miliardi di dollari spesi dagli Usa dal 1991 per aiutare il paese a raggiungere “il futuro che essa desidera”, nelle parole della responsabile statunitense per gli affari europei ed eurasiatici Victoria Nuland: in altre parole un ritorno allo “status quo ante”, ovvero alla condizione di sovranità precedente al colpo di stato del 22 febbraio scorso.

Tale autocritica è spia di una valutazione della possibilità di errori strategici nella questione ucraina e nel perseguimento di una volontà di netta rottura con la Russia. Non è chiaro infatti quanto utile possa essere perseguire un disegno di allargamento delle frontiere della NATO, in linea con la strategia di espansione avviata dall’amministrazione Clinton negli anni ’90, se ciò si dovesse ottenere a spese di un ritorno a un clima da “guerra fredda” e gli Stati Uniti dovessero esporsi, così come pare avvenire, al pericolo dell’abbraccio tra Mosca e Pechino, foriero di un partenariato strategico globale insieme a tutti i BRICS, capace di spezzare l’egemonia americana. 

Non tutti a Washington sono convinti dell’efficacia della strategia di rottura netta con Mosca, con tutta evidenza; ciò appare tanto più curioso, quanto più una tale riflessione critica, contenuta nell’articolo del Foreign Affairs, proviene da uno dei teorizzatori del contenimento della Cina. Si chiede infatti Mearsheimer, come reagirebbero gli USA se la Repubblica Popolare, a capo di una considerevole alleanza militare, tentasse di includere il Canada o il Messico nella propria sfera di interessi? I leader russi post-sovietici, rincara la dose l’autore, avevano avvertito in più occasioni che non avrebbero tollerato un’espansione della NATO in Georgia e in Ucraina, un messaggio che la guerra del 2008 tra Russia e Georgia aveva reso ancora più chiaro. Come dunque stupirsi della reazione di Mosca al colpo di stato operato a Kiev a febbraio scorso?

L’invito ad un “appeasement” rivolto alla Russia lanciato da Mearsheimer si spiega, più che con una improbabile russofilia dell’autore, con la convinzione che in realtà la sfida principale agli USA provenga dalla Cina e non dalla Russia.  Lo studioso, partendo dall’assunto della inconciliabilità tra espansione economica e contestuale ascesa geopolitica indolore della Cina, sostiene la tesi della impossibilità di una pacifica espansione cinese.[5] In un’intervista del 2012 Mearsheimer, a proposito della questione iraniana, si era pronunciato anche sull’utilità per gli USA di concedere la dotazione dell’atomica all’Iran come deterrente per il rischio di instabilità nella regione, sostenendo la tesi dell’arma atomica come “strumento di pace”.[6]

Quella dell’avallo allo sviluppo di arsenali atomici come strumento per istituire pesi e contrappesi tra superpotenze regionali e conseguire la stabilità geopolitica, è una vecchia tesi di Mearsheimer. A proposito dell’Ucraina, questi aveva già previsto nel 1993 in un articolo su Foreign Affairs che l’accesa rivalità tra Mosca e Kiev sarebbe esplosa a causa dell’insicurezza lungo le loro frontiere e aveva sostenuto che l’Ucraina, per prevenire tale prospettiva, avrebbe dovuto mantenere le riserve di armi atomiche dell’epoca sovietica. [7] Ciò nondimeno nel 1994 l’Ucraina avrebbe acconsentito a liberarsi dell’intero ex arsenale nucleare sovietico, un processo portato a termine entro il 1996, avviandosi a divenire un “trofeo conteso” tra i due blocchi di interesse, americano e russo. [8]

Se il rapporto russo-ucraino sta all’Europa orientale come quello franco-tedesco sta all’Europa occidentale, come aveva sostenuto John Morrison, [9]allora, secondo lo studioso di Chicago, è vitale recuperare il rapporto russo-americano ripristinando o favorendo lo sviluppo di un’Ucraina sovrana necessaria al mantenimento degli equilibri della regione. L’obiettivo dovrebbe essere quello, all’interno di una dinamica più ampia, di avvicinare i grandi attori regionali come la Russia e l’Iran nella prospettiva di un contenimento cinese, evitando il raccordo tra Mosca e Pechino, il vero ostacolo al controllo statunitense dell’Eurasia. Le tesi sostenute da Mearsheimer non sembrano avere tuttavia grande peso al momento a Washington.


[1]  Mearsheimer, John J. "Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault." Foreign Affairs. 22 Aug. 2015. Web. 22 Aug. 2015. <https://www.foreignaffairs.com/articles/russia-fsu/2014-08-18/why-ukraine-crisis-west-s-fault>.
[2] Putin: “Rinforzeremo il potenziale nucleare”. Ucraina, l’altolà della Nato: “Mosca si fermi”, La Stampa, 29 agosto 2014, accessibile all’indirizzo
[3] Peter Baker, Pressure Rising as Obama Works to Rein In Russia, The New York Times, 2 marzo 2014, accessibile all’indirizzo http://www.nytimes.com/2014/03/03/world/europe/pressure-rising-as-obama-works-to-rein-in-russia.html
[4] Robin Alexander, Merkels Drahtseilakt zwischen Putin und Obama, Die Welt, 3 marzo 2014, accessibile all’indirizzo
[5] John J. Mearsheimer, "China's Unpeaceful Rise", in Current History, n. 105 (690), aprile 2006, pp. 160–162
[6] Intervista alla TV pubblica statunitense, vd. http://www.pbs.org/newshour/bb/world-july-dec12-iran2_07-09/
[7] John J. Mearsheimer, "The case for a Ukrainian nuclear deterrent", in Foreign Affairs, n. 72, estate 1993, pp. 50-66.
[8] Contrariamente alla visione di Mearsheimer, Huntington sostenne l’improbabilità di uno scontro trai due paesi in virtù della loro sostanziale “comunanza di civiltà” (pur ammettendo, ma nondimeno sottovalutando, la spaccatura tra Ucraina orientale ortodossa e russofona e Ucraina occidentale uniate) e auspicò per tal ragione lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino come segno di cooperazione trai due paesi. Cfr. S.  Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000, pp. 38-39.
[9] Cit. in S.  Huntington, op. cit., p. 242.

mercoledì 29 aprile 2020

La sfida tra realismo e egemonia liberale


La sfida tra realismo e egemonia liberale


In questo articolo di recensione al volume "La grande illusione" di J. Mearsheimer si prospetta lo scenario della prossima crisi definitiva della visione internazionalista liberale e l'avvento di un nuovo paradigma realista nelle relazioni internazionali, nelle more della ristrutturazione di un rinnovato peso della politica delle grandi potenze a discapito dello scontro tra blocchi.


 
Mearsheimer nelle vesti di Machiavelli


La critica serrata che John Mearsheimer rivolge al liberalismo politico nel saggio La grande illusione (intr. di Raffaele Marchetti, trad. di Roberto Merlini, Luiss University Press, Roma 2019, pp. 328) non costituisce solo una grande requisitoria nei confronti della politica estera degli Stati Uniti degli ultimi venticinque anni, segnati dal «momento unipolare» e dalla loro pressoché indiscussa egemonia globale, ma rappresenta anche una larvata decostruzione dell’intera filosofia politica che è a fondamento dello stesso «Leviatano liberale» (definizione di John Ikenberry). 

Il tentativo operato dai dirigenti politici di Washington di diffondere la democrazia liberale rovesciando i regimi autoritari ostili, con l’obiettivo di creare un mondo popolato esclusivamente da democrazie liberali, non ha condotto ad una diffusione a livello mondiale della liberal-democrazia, sostiene Mearsheimer. Non solo: ha indebolito lo stesso liberalismo, minando le istituzioni internazionali create con l’obiettivo di promuovere un’economia mondiale aperta (l’interdipendenza economica è un fattore unificante per il liberalismo) e di dirimere mediante arbitrato le controversie tra le nazioni.

La tesi di fondo del politologo statunitense è che nei rapporti internazionali «il liberalismo non può competere con il nazionalismo e con il realismo». Gli Stati Uniti non hanno fatto i conti con questi due ostacoli che si sono frapposti alla loro “crociata” per la democrazia (iniziata da W. Wilson all’indomani dell’intervento americano nella prima guerra mondiale), indirizzata a promuovere la diffusione su scala mondiale del liberalismo. Se la prima ideologia, quella nazionalistica, è senz’altro uno dei più tenaci impedimenti all’esportazione del sistema liberale, in quanto, fondandosi sull’autodeterminazione dei popoli, pone un pressoché insormontabile argine all’occupazione o influenza di altri Stati,  il realismo politico, che si fonda sull’idea che il sistema internazionale sia anarchico e non gerarchico, contraddice la diffusione del modello liberale, in quanto ritiene che solo uno Stato mondiale sia in grado di garantire la stabilità internazionale di cui abbisogna un mondo popolato quasi esclusivamente da Stati nazionali. Se seguissero la logica realista, gli Stati dovrebbero unicamente preoccuparsi di garantire la propria sopravvivenza nell’arena internazionale, muovendosi in essa secondo la logica dell’equilibrio di potenza. Gli Stati Uniti, al contrario, per preservare il loro sistema liberale su scala mondiale, hanno dovuto agire come gendarme del mondo, ma sono andati incontro a un clamoroso fallimento, giacché a un crescente impegno in vari scenari dello scacchiere mondiale, hanno dovuto far seguire necessari arretramenti, dovuti a fallimenti locali o a pressioni interne, che hanno minato l’innesto del loro modello liberale.

C’è un’altra pericolosa conseguenza della tendenza alla proiezione sull’estero del progressismo liberale, che, in nome della protezione dei diritti umani impone di eradicare il pericolo costituito dagli Stati autoritari per promuovere la pace mondiale, virtualmente assicurata dalla presenza di soli Stati liberali nel mondo. La conseguenza, scrive l’Autore, è quella di provocare una progressiva erosione del liberalismo in patria, a causa della creazione di un imponente apparato di sicurezza interno volto a supportare le ardite imprese belliche all’estero. 

La tesi di Mearsheimer è che «il liberalismo praticato all’estero compromette il liberalismo praticato in patria». La libertà assegnata dai paesi liberali ai propri cittadini (anche a coloro che rifiutano i principi liberali) espone gli Stati fedeli al credo liberale ad un rischio, già paventato da James Madison nel Federalist n. 10, di incentivare fazioni politiche dirette a rovesciare il potere della maggioranza costituita. Il principio di tolleranza, cardine della concezione liberale, pone perciò in pericolo l’esistenza dello stesso Stato liberale. Per evitare un tale scenario, il liberalismo ha sviluppato una tendenza all’intolleranza verso i dissidenti. Come scrive Mearsheimer, «nel liberalismo è presente un senso sia di vulnerabilità sia di superiorità che promuove l’intolleranza nonostante l’enfasi della teoria sull’uso della tolleranza per mantenere l’armonia interna». Un tale paradosso espone gli Stati liberali al rischio autoritario e financo li conduce a limitare fortemente la libertà dei propri cittadini, al punto da compromettere la democrazia. Il principio di tolleranza viene accantonato quando uno Stato liberale si confronta con un rivale che viola i diritti dei suoi cittadini, sino a comportare il restringimento delle libertà interne al fine di convogliare le energie del paese verso l’obiettivo della sopravvivenza contro un nemico esterno minaccioso. 

Ciclicamente, in situazioni di insicurezza geopolitica o di guerra civile, i dirigenti politici americani hanno limitato seriamente i diritti individuali, specie in coincidenza di guerre e pericoli esterni. Si pensi, ad esempio, alla sospensione dell’habeas corpus da parte di Lincoln durante a guerra civile, all’incarcerazione dei cittadini nippo-americani durante la seconda guerra mondiale o alla persecuzione dei sostenitori del comunismo durante la guerra fredda. Come metteva in guardia James Madison, «nessun paese può preservare la propria libertà se è costantemente in guerra». Alexander Hamilton, sempre nel Federalist, aveva sostenuto che l’insicurezza politica e il rischio di guerra conducono a esecutivi potenti che potrebbero restringere le libertà individuali, accelerando la trasformazione in senso monarchico dell’ordinamento politico. Scrive Mearsheimer che «gli Stati Uniti hanno scatenato ben sette conflitti dalla fine della guerra fredda e sono continuamente in guerra dal mese successivo all’11 settembre […]. Ciò ha reso ancora più potente il più formidabile sistema di sicurezza che esisteva già nel 1991, quando è crollata l’Unione sovietica».

Mearsheimer sfata il mito dell’internazionalismo liberale offensivo ricorrendo alla critica di due principi cardine dell’interventismo democratico, ma a ben guardare presenti anche nella visione realista: la teoria della pace democratica e quella dell’interdipendenza economica. La critica che egli muove riguarda l’importanza che i liberali assegnano ai due obiettivi sistemici come fattori di prevenzione del conflitto. Non basta che questi ultimi facciano aumentare la cooperazione tra Stati, ma serve che entrambi facciano in modo che la guerra sia del tutto impossibile. Se la prima teoria afferma che gli Stati democratici tenderebbero a non farsi la guerra reciprocamente, la seconda sostiene che un’economia internazionale aperta, non chiusa da barriere protezionistiche, favorirebbe maggiormente la cooperazione, stornando il rischio di guerra fra paesi. 

Secondo Mearsheimer entrambi questi assunti hanno grosse lacune. Intanto è falso che non ci siano mai state guerre fra Stati democratici e che le norme liberali siano un fattore di pacificazione, perché l’età contemporanea annovera almeno quattro casi di democrazie che hanno combattuto tra loro (Germania imperiale contro Gran Bretagna, Francia, Italia e Stati Uniti durante la prima guerra mondiale, Gran Bretagna contro Repubblica sudafricana e Stato libero dell’Orange durante la guerra boera, Pakistan contro India durante le quattro guerre indo-pakistane, Stati Uniti contro Spagna durante la guerra ispano-americana). Spesso inoltre le democrazie non solo si alleano con gli Stati autoritari contro altre democrazie, ma si adoperano, come fanno spesso gli Stati Uniti, a rovesciare altre democrazie. 

L’antica teoria dell’interdipendenza, perorata da Kant e Constant, parte dal presupposto che l’obiettivo principale degli Stati sia la prosperità, non la competizione per la sicurezza, ma secondo il politologo americano i calcoli politici e strategici spesso hanno un peso maggiore di quelli economici. Un esempio della fallacia dell’argomentazione dell’interdipendenza come fattore di pace è il ricorso alle sanzioni economiche contro i paesi recalcitranti o che violano i diritti umani. In questi casi i paesi colpiti dalle sanzioni o esclusi dai circuiti economici continuano nella loro condotta anche a costo di perdite economiche enormi. La spiegazione è nel peso che gli Stati annettono al nazionalismo, rispetto ai calcoli economici e commerciali, nonché nella grande rilevanza della logica dell’equilibrio di potere. Un esempio recente ci viene dalla crisi ucraina: la Russia pur sottoposta a sanzioni non ha restituito la penisola di Crimea, anche a costo di una forte contrapposizione con Kiev. 

Nel capitolo conclusivo del suo saggio l’autore si chiede quanto ancora gli USA siano disposti a sobbarcarsi il peso dell’egemonia liberale. La risposta sta nella dinamica che assumerà l’assetto internazionale in futuro. Se l’ago della bilancia penderà a favore del multipolarismo sarà molto difficile per gli Stati Uniti perseguire l’esportazione del liberalismo, perché la presenza di altre potenze impedirà loro di continuare a mantenere l’egemonia globale. L’America perciò dovrà orientarsi verso i dettami del realismo. L’ascesa impetuosa della Cina e la resurrezione della potenza russa la spingono a tornare a confrontarsi con potenziali concorrenti per il potere mondiale e dunque a adottare la logica realista. La politica adottata da Trump sembra favorire una recessione geopolitica rispetto all’interventismo pregresso (perseguito anche da Obama), anche se negli apparati statunitensi le sirene dell’egemonia liberale appaiono ancora molto forti e forse non rimane per i sostenitori del realismo che sperare in una prosecuzione dell’ascesa cinese in grado di porre gli Stati Uniti di fronte alla velleità del loro disegno egemonico. 

La distruzione del Serapeo di Alessandria (391 d.C.)

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